L’ex deputata afghana: «Il voto manipolato per consolidare un Parlamento fondamentalista e corrotto. Non c’è nessuno spazio per i diritti delle donne»

di Cristiana Cella, L'Unità.it, 28 ottobre 2010

Joya addressing crowd in Canada

Alle elezioni di settembre Malalai Joya non si è candidata. Perché?

«Queste sono state le elezioni più fraudolente della nostra storia. Partecipare a questa beffa, significava dare credito al governo, essere complici di un inganno. Avrei perso la fiducia del mio popolo. Sapevo comunque dai miei sostenitori nel governo che Karzai e la sua cricca di fondamentalisti erano decisi a non lasciarmi vincere a nessun costo. E poi ci sono state le innumerevoli minacce di morte contro di me e i miei sostenitori. Molto concrete. Non posso rischiare la vita delle persone che mi sostengono e mi proteggono».

Le prime proiezioni sulle elezioni stanno già uscendo. Cosa ti aspetti?

«I risultati erano già decisi e le proiezioni lo confermano. Sono stati manipolati per consolidare un Parlamento fondamentalista e corrotto fino al midollo. La gente ha visto perfino in tv i Signori della Guerra e i loro uomini che si riempivano da soli le urne con schede false, stampate in Pakistan. Che organizzavano pullman con i loro elettori comprati».

Migliaia di voti sono stati annullati in questi giorni dalla Commissione Elettorale. È un segnale positivo?

«Sacrificheranno qualche candidato minore per mostrare che c’è un controllo. Per salvare la faccia. Ma chi doveva essere eletto lo sarà».

Non cambierà nulla, quindi, nel nuovo Parlamento?

«Da noi si dice: ‘Il cane è fratello dello sciacallo’. Questa dispendiosa e sanguinosa sceneggiata serve agli Usa per mostrare la maschera “democratica” e legittimare l’occupazione e il governo che ha imposto. Sarà peggio che nel 2005. Allora speravamo almeno in una parvenza di democrazia e qualche brava persona, realmente democratica, è stata eletta. Oggi no».

Chi sono allora i futuri deputati?

«I soliti tristemente noti. I responsabili degli infiniti brutali crimini commessi durante la guerra civile, (65000 vittime a Kabul, l’80% della capitale distrutta)‘perdonati’ da Karzai ma non dal popolo. Continueranno a commettere delitti contro la popolazione, soprattutto contro le donne, nelle province che governano. Dopo la Conferenza di Kabul, la scorsa estate, che non ha nemmeno sfiorato i problemi della popolazione, avremo al governo anche i talebani ‘moderati’, ossia quelli che si faranno comprare. E tutti insieme si spartiranno il 50% degli aiuti stranieri. È il trionfo dell’ipocrisia».

Eppure nella Costituzione afghana c’è una legge che impedisce di candidare i colpevoli di crimini di guerra.

«Infatti, ma nessun membro delle nazioni democratiche presenti in Afghanistan, l’ha fatta applicare. Sarebbe bastato questo rispetto della nostra Costituzione, per dare un segnale di cambiamento».

Nonostante tutto l’affluenza alle urne è stata del 40%.

«Non credo abbia superato il 20%. Ma si può dire quello che si vuole quando non c’è controllo. Questo è un Paese dove la gente per fame si vende perfino i figli, l’80% della popolazione pensa solo a sopravvivere. Al governo ci sono, per farvi capire, degli Hitler, dei Khomeini, dei Pinochet, a capo di un sistema di corruzione mafioso che non ha eguali in nessuna parte del mondo e che controlla il traffico di droga e degli aiuti internazionali. Le donne non hanno di fatto nessuno dei diritti scritti nella Costituzione. Che senso hanno le elezioni? Si va a votare per un pezzo di pane o per salvarsi la pelle. Molti non hanno votato per niente perché lo ritengono inutile».

La Costituzione afghana prevede una quota obbligatoria del 25% di donne parlamentari, una delle più alte al mondo. Non hai speranze nemmeno su di loro?

«Le donne elette sono state scelte dai fondamentalisti, obbediscono al governo e si guardano bene dal criticare la loro politica contro le donne. Ci saranno le candidate di Karzai, dell’Alleanza del Nord, di Abdullah Abdullah, e così via. E quelle sostenute dalle varie mafie della finanza e della droga, o dalla Kabul Bank. Sono quelle che chiamano warlords e talebani, padri e fratelli, che quando ero parlamentare mi dicevano:’Se non stai zitta ti faccio quello che nessun uomo avrebbe il coraggio di farti!’ Le attiviste per i diritti delle donne sono state costrette a ritirarsi».

A uno degli ultimi premi che è andata a ritirare in Spagna, Malalai si è presentata con una t shirt con scritto:’No Nato’. Tanto per essere chiari. La guerra di Bush è diventata la guerra di Obama?

«Se un giorno lo dovessi incontrare gli chiederei:’Continueresti a sostenere questi criminali se avessero fatto alle tue figlie quello che hanno fatto alle nostre donne?’ Obama purtroppo si comporta come Bush e non è onesto. Se volessero davvero catturare i capi di Al Qaeda, come ha ripetuto recentemente, ci sarebbero riusciti da un pezzo. Sono sostenuti dall’Isi, la polizia segreta del Pakistan, formalmente alleato di Washington. Ad esempio Sayyaf, uno dei peggiori criminali di guerra che appoggiano, ha combattuto con il moullah Omar, sono amici. Sarebbe facile per la Cia trovarli e eliminarli. Ma il gioco non deve finire, serve a mantenere la guerra. Combattono un terrorista e ne sostengono un altro, a seconda della convenienza. Adesso anche quelli che erano sulla lista nera americana, saranno al governo, addomesticati dai dollari».

Negli ultimi mesi in Afghanistan ci sono state manifestazioni contro il governo e gli Usa. Sono esplosioni sporadiche o qualcosa di più?

«Ce sono continuamente anche se se ne parla poco in occidente. Sono il segno che la pazienza del popolo afghano sta finendo. I sentimenti della gente sono gli stessi che provo io, tristezza e rabbia e stanno trovando il coraggio per esprimerla. Non possono più sopportare di essere uccisi in nome della ‘democrazia’, come lo sono stati in nome del comunismo e del fondamentalismo tribale. Alla gente semplice, che non sa niente di politica, la parola ‘democrazia’ adesso fa solo paura».

In questa situazione quali prospettive hanno i democratici afghani?

«Finché il paese è sotto occupazione e governato da criminali, parlare di prospettive è privo di logica. Ho in progetto un partito che unisca le forze della società civile democratica ma questo non è ancora il momento di parlarne. Ci sentiamo schiacciati da tre nemici: truppe straniere, governo e talebani».

Cosa puoi fare, allora, per portare avanti la tua battaglia?

«Continuo a dire la verità sul mio Paese, in ogni parte del mondo. Voglio essere la voce di tutte le persone che rischiano ogni giorno, lavorando per un futuro diverso. Sono loro la speranza del mio paese. E cerco di stare vicino alla mia gente, di battermi per i loro diritti, di aiutarli come posso».

Che cosa dovrebbe fare l’Europa e in particolare l’Italia per aiutare davvero l’Afghanistan a uscire dalla crisi attuale?

«Smettere di seguire gli Usa in questa guerra devastante e di sostenere il governo fantoccio di Karzai. È in grado l’Italia di non aiutare più gli assassini del popolo afghano?».

Quando va all’estero, Malalai porta sempre con sé un album di fotografie, come se fosse quello di famiglia, pesante come un macigno. Immagini a colori, insopportabili: i corpi straziati delle vittime dei bombardamenti Usa e Nato, donne, uomini, vecchi, bambini, ricoverati negli ospedali. Lo mostra a tutti, perché capiscano di cosa parla.