Malalai Joya è una ragazza afghana, cresciuta in vari campi profughi e che, essendo nata tre mesi prima dell'occupazione russa, non ha mai conosciuto la pace.

di Brunella Menchini, LoSchermo.it, 18/03/2010

Finché avrò voce di Malalai Joya

LUCCA - Sono le 9 e la trasmissione "Uno Mattina" dedica circa dieci minuti del suo "prezioso" palinsesto all’attuale situazione in Afghanistan. Nello studio sono seduti l’ambasciatore italiano in quel paese, Attilio Massimo Iannucci, un giornalista afghano e alcuni suoi connazionali.

Tra loro c'è una donna: testa velata, occhi sfuggenti e bocca ben chiusa.

Gli unici a parlare sono l’ambasciatore e il giornalista: raccontano di un paese sicuro, in via di sviluppo, con libertà di stampa. Fugace accenno alla coltivazione di oppio. Seguono ringraziamenti di rito e autocompiacimento.

Un servizio certamente non memorabile, a cui forse chi scrive non avrebbe prestato molta attenzione in altri momenti della vita, arrivato però nel bel mezzo della lettura del libro di Malalai Joya “Finché avrò voce”.

“E' raro che i giornalisti occidentali verifichino l’attendibilità delle favole confezionate per loro”, si legge fra quelle pagine.

Malalai Joya è una ragazza afghana, cresciuta in vari campi profughi e che, essendo nata tre mesi prima dell'occupazione russa, non ha mai conosciuto la pace. Grazie alla sua famiglia riesce a studiare e inizia da giovanissima a lavorare per varie scuole clandestine. Con gli anni riesce poi a fondare un orfanotrofio e diventa molto conosciuta nel suo paese. Alle prime elezioni “libere” si conquista un posto in parlamento, seduta vicino agli stessi “signori della guerra” di sempre.

“Finché avrò voce” è la storia di questa giovane donna e del suo paese, una cronaca non sempre di facile lettura, ma riguardante la storia inedita di un paese ignoto, a noi occidentali.

Malalai fa i nomi di coloro che sono legati ai vecchi regimi, talebani “riciclati” macchiatisi nel passato di infami delitti. Non basta: punta il dito sul Governo di Karzai, arrivato ufficialmente al potere con le “libere elezioni”, ma in realtà fortemente voluto dagli americani e per niente rappresentativo dei sentimenti del popolo.

Le pagine del libro raccontano le sofferenze delle donne afgane, vendute e stuprate fino a vedere il suicidio come ad una liberazione. Violenza che, leggendo Malalai, non sembrano affatto finite con il regime talebano, ma ancora commesse e addirittura garantite dalle leggi di Karzai (in caso di stupro la legge e alcune tradizioni, sono contro i diritti delle donne. Una donna stuprata è considerata rovinata e impossibilitata a trovare marito e i suoi famigliari arrivano al punto di ucciderla per cancellare la vergogna).

La scrittrice afghana si sofferma con rabbia sulla coltivazione dell’oppio (il 93 per cento della produzione mondiale proviene da qui), favorita anche dagli Stati Uniti, sulla situazione della stampa fortemente condizionata dai “signori della guerra” (Sayed Pervez Kambaksh sta ad oggi scontando una pena di venti anni per aver fatto circolare un articolo scaricato da internet).

Non vengono risparmiati neppure i governi e i media occidentali, Italia compresa: “Una volta ho incontrato Massimo D’Alema e posso dire che dopo pochi minuti, ho capito perfettamente che non avrebbe mosso un dito per aiutare il popolo afghano”, si legge nel libro.

Ma il grido più forte è contro gli Stati Uniti e la loro guerra al terrore, condotta contro le stesse persone che avevano nel passato rifornito di armi, istruito e addestrato.

Una guerra che fa centinaia di vittime civili, delle quali nessuno parla mai.  Sono le vittime afghane, quelle che spesso vengono catalogate come “effetti collaterali” (nel 2007 il cronista italiano Mastrogiacomo venne liberato, ma il giornalista che gli faceva da guida e il loro autista, entrambi afghani, furono decapitati: che rilevanza hanno avuto ai nostri occhi occidentali?).

Una guerra che si nasconde dietro il pretesto dei diritti umani, ma che in realtà li calpesta.

Una guerra di posizione, senza via di uscita e senza speranza.

Il libro di malalai è il grido di protesta di un popolo calpestato e umiliato, un ponte verso il futuro senza dimenticare o rinnegare le tradizioni e l’Islam.

Perché mentre George W. Bush  dichiarava: “Oggi le donne afgane sono libere" la realtà era ben diversa: “Le donne sono libere di chiedere l’elemosina per le strade protette dal burqa; sono libere di prostituirsi per sfamare le loro famiglie; sono libere di vendere i figli per non vederli morire di fame; sono libere di suicidarsi per affrancarsi da umiliazioni, miseria e disperazione”.

Questi sono i fatti, il resto è solo “polvere negli occhi del mondo”.

MALALAI JOYA
FINCHE’ AVRO’ VOCE
PIEMME 2010